ANTICHE LINGUE EUROPEE: L’UMBRO ATTESTATO NELLE TAVOLE IGUVINE

Copyright © 2006 Carlo D’Adamo
Avvertenza: le citazioni in grassetto si riferiscono a termini delle Tavole Iguvine incisi con i caratteri dell’alfabeto umbro-etrusco.

§1. Introduzione, storia e cronologia delle Tavole.

  1.1. Tra i documenti che l’antichità ci ha tramandato e che fortunatamente il caso non ha distrutto e l’incuria non ha disperso, le Tavole Iguvine costituiscono senza dubbio un caso del tutto eccezionale [figura 1].
In quelle sette tavole di bronzo conservate nel Palazzo dei Consoli di Gubbio non si trova solo la testimonianza di riti arcaici celebrati ancora alla fine dell’epoca repubblicana e in epoca augustea, ma anche una preziosissima documentazione sulla lingua umbra. Da questo punto di vista, per il fatto, cioè, di essere un importantissimo documento linguistico oltre che storico, esse permettono all’umbro antico di uscire dal rango di lingua sporadicamente attestata per collocarsi, se non al livello di lingue con una loro letteratura e una loro tradizione scrittoria ampiamente conosciuta, almeno ad un livello intermedio. Le sette Tavole, dal punto di vista linguistico, valgono più di diecimila iscrizioni funerarie, perché in esse troviamo discorsi articolati e complessi, verbi, sostantivi, aggettivi, teonimi, riferimenti a luoghi e persone, termini declinati in più casi, insomma un insieme di prove e di indizi che ci permettono di ricostruire con una discreta sicurezza le strutture principali dell’umbro antico. Ma quelle Tavole non sono un documento isolato. Dal punto di vista della esibizione su tavole di bronzo di importanti norme giuridiche possiamo ricordare, ad esempio, le famose Tavole di Heracleia, custodite nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che provengono dalla città-stato greca sulla costa ionica e presentano, oltre ai testi in greco sul recupero dei terreni sacri di Dioniso e di Atena, un testo più recente in latino con la trascrizione della Lex Iulia Municipalis (1); la famosa Tavola di Cortona, con il testo di un importante contratto di compravendita di terreni redatto in etrusco (2); la lamina bronzea di Pyrgi che (oltre alle più famose lamine d’oro) in due testi mutili di poche righe attesta in lingua etrusca riti celebrati nel tempio di Uni (3).
Spesso venivano riesumati ed esibiti su bronzo anche documenti antichi, come ad esempio il foedus Cassianum, che, secondo la testimonianza di Cicerone, faceva bella mostra di sé a Roma riprodotto su una colonna bronzea presso i rostri (4); nello stesso luogo venne in seguito esposto anche il rostro di Caio Duilio, riproduzione o, forse, contraffazione di epoca imperiale di un testo riferibile al III secolo a.C. (5).
In questo parzialissimo elenco di documenti riprodotti su bronzo non possono mancare le Res Gestae Divi Augusti, il cui testo era inciso su due colonne bronzee poste a Roma nel mausoleo di Augusto (in duabus aheneis pilis quae sunt Romae positae), come attesta il titolo dell’epigrafe collocata su una parete del Tempio di Roma ed Augusto ad Ankara (6).
Due sembrano, in generale, le caratteristiche comuni a questa classe di documenti: il ricorso ideologico al bronzo (lega “antica” e quindi prescritta nei rituali religiosi, nei contratti di notevole rilevanza giuridica e nei documenti “arcaici”) e l’esposizione pubblica (per il valore esemplare che viene attribuito ai testi esibiti). La comunità che selezionava determinati documenti per inciderli su bronzo ed esporli pubblicamente compiva insomma una operazione mitografica, salvando dall’oblio e rendendo imperituri testi che riteneva particolarmente significativi per la propria storia.

  1.2. Dal punto di vista dell’appartenenza alla categoria dei testi religiosi, poi, le Tavole Iguvine possono essere accostate a documenti come la Tegola di Capua o il Liber Linteus di Zagabria (7), in etrusco, o, anche, alla Tavola di Rapino e alla Tavola di Agnone (8), in osco.
La Tegola di Capua e il Liber Linteus consistono in veri e propri calendari liturgici; la Tavola di Rapino e la Tavola di Agnone si riferiscono ad aspetti particolari della liturgia: la prima prescrive norme relative alla prostituzione sacra e la seconda descrive il percorso di una unica processione rituale. Le Tavole Iguvine non costituiscono né un calendario liturgico né la descrizione di un singolo avvenimento rituale, ma presentano una raccolta parziale di prescrizioni che riguardano una processione solenne e lo svolgimento dei riti di espiazione e di purificazione dell’esercito, della città e della rocca, e fissano le norme che regolano i rapporti tra la Confraternita degli atiieřiur, che sovrintende alla organizzazione delle processioni solenni, e le curie.
Le Tavole Iguvine condividono con la prima categoria di documenti (quella di testi esibiti per il loro valore paradigmatico) l’esposizione pubblica, e con la seconda categoria di documenti (quella delle prescrizioni rituali) il contenuto liturgico. A rigor di logica, quindi, non rientrano né nella norma dei testi storici, per l’argomento che presentano, né in quella dei testi liturgici, che non sono esibiti pubblicamente. Questa caratteristica delle Tavole Iguvine di essere sostanzialmente un testo liturgico che però viene esposto pubblicamente è un fatto eccezionale “che non ha ragione per rituali, mentre l’ha per le leges templi, leges arae o per le prescrizioni suntuarie” (9).
Questa singolarità avrà un suo significato non tecnico ma politico, che probabilmente sarà da ricollegare ad un progetto complessivo di recupero della tradizione e della “identità” eugubina, che richiede anche la riutilizzazione e la esibizione di documenti in origine non destinati all’esposizione pubblica – o che prevede addirittura l’invenzione di documenti “arcaici”.

  1.3. Le Tavole Iguvine sono sette lastre di bronzo di varie dimensioni, incise sulle due facciate – eccettuate la III e la IV che sono incise su un’unica facciata – recanti testi in umbro scritti in parte con il ricorso all’alfabeto umbro-etrusco e in parte con il ricorso all’alfabeto latino.
Il primo documento che le riguarda è il rogito del 1456 con il quale il Comune di Gubbio le acquistò da Paolus Gregorius di Signa, che, su delega di Presentina, figlia del fu Francesco Vici Maggi, e della propria moglie Angela, le cedeva in cambio del godimento, per due anni, dei proventi della Gabella sui Monti e Pascoli. Il notaio, descrivendo nel rogito l’oggetto della compravendita, scrisse che Paolus Gregorius cedeva tabulas septem eburneas variis literis scriptas latinis videlicet et segretis (10); cioè “sette tavole d’avorio scritte in caratteri diversi, alcuni con ogni evidenza latini ed altri misteriosi”.
Il lapsus “eburneas” è di origine dotta; evidentemente il notaio pensava alle XII Tavole delle leggi romane, che erano incise su tavolette d’avorio, e scrive eburneas anzichè aheneas. Ma scrive inequivocabilmente septem, segno che le Tavole oggetto di trattativa erano quelle sette che sono rimaste, e che ancora oggi sono esposte. Perché allora è nata la leggenda che le Tavole fossero nove e che due – inviate a Venezia – siano andate perdute?
Prosdocimi ricostruisce in modo esemplare la storia del ritrovamento delle Tavole, quella della loro fortuna antica, e anche quella della nascita della leggenda che in origine esse fossero nove. L’errore si deve alla “Descrittione di tutta l’Italia” di Leandro Alberti, che dà inizio ad una tradizione erronea; ma la scoperta del rogito, avvenuta nel Settecento ad opera del Franciarini, attesta senza alcun dubbio che le Tavole cedute al Comune di Gubbio erano sette, fin dall’inizio (11).

  1.4. La numerazione delle Tavole, oggi accettata universalmente, risale al Lepsius, che la propose nel 1833, riprendendo le intuizioni del Passeri. In base ad essa la Tavola I è quella, incisa in alfabeto umbro-etrusco, di cm. 66 per 39, che nel recto (facciata a) inizia con le parole ESTE PERSKLUM AVES ANZERIATES ENETU, e nel verso (facciata b) con le parole VUKUKUM IUVIU PUNE UVEF FURFATH [figura 2] [figura 3].
La Tavola II è quella, incisa in alfabeto umbro-etrusco, di cm. 64 per 39, la cui facciata a inizia con le parole PUNE KARNE SPETURIE, e la facciata b con le parole SEMENES TEKURIES SIM KAPRUM UPETU [figura 4] e [figura 5].
La Tavola III e la Tavola IV, ambedue di cm. 40 per 28, incise in alfabeto umbro-etrusco solo su una facciata, iniziano rispettivamente con ESUNA FUIA ERTER SUME, e con PURTUVITU ERARUNT STRUHCLAS [figura 6] e [figura 7].
La Tavola V (di cm. 47 per 35), reca nella facciata a un testo in alfabeto umbro-etrusco che inizia con ESUK FRATER ATIIERIUR, e nella facciata b, oltre ad un testo in alfabeto umbro-etrusco che inizia con EHVELKLU FEIA FRATREKS, un testo in alfabeto latino che inizia con CLAUERNIUR DIRSAS HERTI FRATRUS ATIERSIR [figura 8] e [figura 9].
La Tavola VI (di cm. 87 per 57), incisa in alfabeto latino, inizia nella facciata a con ESTE PERSCLO AUEIS ASIERATER ENETU, e nella facciata b con PRE UERIR TESENOCIR BUF TRIF FETU [figura 10] e [figura 11]. La Tavola VII (di cm. 87 per 57 come la VI), incisa in alfabeto latino, inizia nella facciata a con SURURONT PESNIMUMO SURURONT DEITU, ed ha nella facciata b un breve testo di quattro righe che inizia con PISI PANUPEI FRATREXS FRATRUS ATIERSIER FUST [figura 12] e [figura 13].
Dal punto di vista del contenuto la Tavola Ia descrive una complessa cerimonia (persklum) nella quale le statue delle divinità, portate su lettighe, fanno soste davanti alle tre porte toccate dalla processione. La Tavola Ib prima prescrive i sacrifici da effettuare nel bosco sacro di Giove e nel bosco sacro di (Giano) Curiatius (righe 1-9), e poi descrive la cerimonia di purificazione dell’esercito (righe 10-45). La Tavola IIa stabilisce quali riti sono da compiere nel caso che il reparto augurale dei fratrer atieřiur riceva un responso negativo (righe 1-14) e poi descrive il sacrificio del cagnolino da effettuarsi durante le feste di Cerus (righe 15-44). La IIb descrive i riti da effettuare quando si riuniscono le curie nelle assemblee tributarie. Le Tavole III e IV presentano la cerimonia delle feste delle urne, con sacrifici a Pomone Pubblico e a vesuna di Pomone Pubblico. La Tavola Va stabilisce le competenze dell’officiante nelle cerimonie solenni (righe 1-12) e la ricompensa dovuta all’officiante per il santuario (righe 13-29); questo testo si conclude nel verso (Vb righe 1-7) con la prescrizione di una multa a carico dell’officiante nel caso di cattiva conduzione delle cerimonie.
Dopo la riga 7 della Tavola Vb inizia il testo inciso con i caratteri dell’alfabeto latino che regolamenta i rapporti tributari tra la confraternita degli atiersiur e le curie (righe 8-18). Il testo di VIa, VIb e VIIa, inciso in alfabeto latino, amplia, dilatandoli enormemente, i testi di Ia e Ib. In VIIb infine si trova una sintetica prescrizione al fratrexs perché si curi della rispondenza delle vittime sacrificali alle necessità del culto, pena una multa di trecento assi (12).
Lo studio della cronologia relativa delle Tavole porta a concludere che le prime quattro sono più antiche rispetto alle ultime tre.

  1.5. Più complesso è il problema della cronologia assoluta, perché occorre valutare una serie di indizi epigrafici, testuali, lessicali e storici che si intrecciano e si sovrappongono. Il primo indizio, ricavabile dal ductus dei testi in alfabeto latino, autorizza ad ipotizzare una datazione a partire dal secondo secolo, perché lo stile dei caratteri e la geminazione delle vocali (innovazione che si fa risalire alla riforma di Accio, nonostante sia già presente nella Tavola di Cadice, del 190 a.C.) sono tipici del secondo secolo. Tuttavia il ductus da solo non costituisce indizio sufficiente, come sottolinea giustamente Prosdocimi, soprattutto “in aree non centrali e in epoche di ristagno, con perpetuazioni di stili scrittori” (13); sarebbe opportuno quindi considerare il secondo secolo come un terminus post quem, e non come una collocazione temporale assoluta.
Il secondo indizio, ricavabile dai testi (sia quelli in alfabeto umbro-etrusco che quelli in alfabeto latino) è relativo alla definitiva appartenenza di Gubbio al mondo romano: infatti nell’elenco dei nemici della Tavola Ib sono presenti i Tadinati, gli abitanti della Valnerina, gli Etruschi e gli Iapigi, ma sono significativamente assenti i Romani; e nella maledizione rituale della Tavola VIb quegli stessi nemici sono raggruppati sotto la definizione di atero (letteralmente: l’altro, cioè tutti i non eugubini e i non romani). Questa identificazione con Roma spingerebbe anche le prime Tavole verso una cronologia bassa, posteriore al conferimento della cittadinanza romana, avvenuta nel 90 o nell’89 a.C.
Il terzo indizio, relativo alla espressione orer ose (VIb 45) che allude al fuoco acceso sulla rocca per opera di quel tale, potrebbe rimandare forse ad un episodio della guerra civile, quando Thermo aveva occupato la rocca di Gubbio e la stava fortificando, prima che Curione, inviato da Cesare (l’episodio è del 49 a.C.) lo costringesse alla fuga (14).
Il quarto indizio, relativo alle novità lessicali presenti nelle ultime Tavole, quali la frequentissima occorrenza del binomio fisie e pase (Fides e Pax in latino), la riscoperta delle grotte di hoie e di uestisie, la menzione di una sede dei Sali, l’allusione a tutta una serie di opere pubbliche, la presenza di un altare dei Lari, il ripristino dell’assemblea delle curie, la ricorrenza del termine śesna (il banchetto rituale), permette di formulare l’ipotesi che le ultime Tavole siano frutto di una ricerca antiquaria tipica della restaurazione augustea.
Nel complesso, come si vede, occorre tener conto di indizi che appartengono a livelli diversi del documento; non ha perciò ragione su questo punto chi sopravvaluta l’appartenenza del ductus allo stile scrittorio del secondo secolo (15) per ricavarne la conclusione che le ultime Tavole sarebbero quindi sicuramente del secondo secolo. Infatti la perfetta corrispondenza dello stile dei caratteri del testo in caratteri latini di V, VI e VII con quello della epigrafe su bronzo del Senatus consultum de Bacchanalibus (186 a.C.) fa pensare più ad una copia scolastica che all’appartenenza ad una stessa tradizione epigrafica [figura 14]. In un’epoca in cui domina l’ideologia antiquaria il documento del Senatus consultum de Bacchanalibus può aver costituito il modello (come oggetto e come simbolo) per imitazioni erudite; ed anche le tracce di geminazione delle vocali, moda che a Roma risale ai tempi di Accio, potrebbero non offrire altro che un terminus post quem. Ma c’è di più: nel testo in alfabeto umbro-etrusco di Va e Vb sono presenti segni arcaicizzanti (ad esempio per la T e la N, rese in forma più arcaica che nelle Tavole I, II, III e IV), ed è presente il segno Λ per M, estraneo alle prime Tavole. Si può ipotizzare quindi che i testi di V, VI e VII, sia quelli in caratteri latini che quelli in caratteri umbro-etruschi, siano frutto di una ricerca arcaicizzante che recupera anche lo stile scrittorio del passato. Tale operazione era molto frequente in epoca augustea: basti vedere i frammenti delle epigrafi del tempio di Augusto e Roma ad Ankara, con i testi delle Res Gestae Divi Augusti, per verificare [figura 15] che nel primo quarto del I secolo dopo Cristo il ductus caratteristico del II secolo a.C., con la S piuttosto aperta, la V inclinata verso sinistra e la P con l’occhiello non chiuso, poteva essere ancora utilizzato.
Questa constatazione chiude la querelle del ductus a favore di Prosdocimi, perché è indubbio che lo stile dei caratteri, da solo, non può costituire indizio sufficiente per la datazione delle Tavole Iguvine.

NOTE:
(1) Tavole di Herakleia: v. Uguzzoni 1968.
(2) Tavola di Cortona: v. Agostiniani-Nicosia 2000, e, per la traduzione, Facchetti 2000, 198-213.
(3) Lamine in bronzo di Pyrgi: CIE 6312 e CIE 6313.
(4) Per il foedus Cassianum v. Cicerone, Pro Balbo, 23: 53, che dice: Cum latinis omnibus foedus esse ictum Sp. Cassio Postumo Cominio consulibus quis ignorat? Quod quidam nuper in columna aenea meminimus post rostra incisum et perscriptum fuisse?
(5) Il rostro di Caio Duilio: CIL I2 2, 25. D. 271. Dice Pisani: “Il ductus e i caratteri esterni dell’iscrizione l’attribuiscono chiaramente al principio dell’impero. Si è discusso a lungo (…) se essa riproduca la vecchia iscrizione della Colonna Rostrata, o sia stata fatta ex novo e costituisca pertanto una dotta falsificazione. Comunque, anche nel primo caso, l’antico testo sarebbe stato rimanipolato coll’introduzione di falsi arcaismi contrastanti con inconsci modernizzamenti ….” Pisani 1950, 29.
(6) RGDA (o “Monumentum Ancyranum”): Rerum gestarum divi Augusti, quibus orbem terra[rum] imperio populi Rom. subiecit, et impensarum, quas in rem publicam populumque Romanum fecit, incisarum in duabus aheneis pilis, quae su[n]t Romae positae, exemplar sub[i]ectum.
(7) Liber Linteus di Zagabria, v. Roncalli 1985.
(8) Tavola di Agnone: v. in Morandi 1982, 126; Tavola Bantina: v. in Morandi 1982, 134.
(9) Prosdocimi 1984, 131.
(10) Per il rogito, v. Prosdocimi 1984, 64 e segg.
(11) Per la tradizione erronea delle nove tavole v. Prosdocimi 1984, 75.
(12) l’entità della multa è simbolica, ed è attestata anche nel mondo romano; v. ILLRP 505 e 506, in Degrassi, 1963, II, 89, che riporta iscrizioni da Spoleto e Trevi.
(13) Prosdocimi 1984, 153-154.
(14) Cesare, , I, 12.
(15) Sisani 2001, 239: “Sgombrato il campo da tutte le argomentazioni che hanno finora illusoriamente guidato la datazione delle Tavole, resta unicamente il dato paleografico…”.