ANTICHE LINGUE EUROPEE: L’UMBRO ATTESTATO NELLE TAVOLE IGUVINE

§ 2. L’alfabeto, la lingua, il lessico.

  2.1. I caratteri “misteriosi” in cui sono scritte le prime quattro Tavole, la facciata a e parte della facciata b della Tavola V sono i caratteri dell’alfabeto umbro-etrusco. Poiché la maggior parte delle parole presenti nelle Tavole in caratteri umbro-etruschi ricorre poi anche in caratteri latini, fin dal Rinascimento gli eruditi cominciarono ad attribuire ai segni dell’alfabeto umbro-etrusco il valore fonetico appropriato [figura 16]. In quel sistema grafico la mancanza di segni per G, D e O costringe ad annotare con K, T e U anche i suoni per i quali non è disponibile un segno più appropriato; di conseguenza solo i parlanti, leggendo, ad esempio, teitu, erano in grado di pronunciare la lettera iniziale come una D o come una T. Non si creda tuttavia che l’alfabeto latino, in cui sono scritti i testi delle Tavole VIa, VIb,VIIa, VIIb e parte di Vb, elimini questi problemi. La frequente oscillazione, ad esempio, tra forme come habinaf e hapinaf (accusativo femminile plurale: “pecore”) autorizza a ritenere che “si sarebbero avuti dei suoni semisonori rappresentati, nelle iscrizioni, col segno ora della consonante sorda, ora della sonora” (1).
Il confronto tra i termini presenti sia nella trascrizione in caratteri umbro-etruschi che in quella in caratteri latini può essere in certi casi di grande aiuto per sciogliere dubbi relativi a termini poco chiari. Il caso dell’aggettivo krapuve, ad esempio, è molto interessante; questo epiteto divino, che in caratteri latini assume la forma grabouie, è riferito a iuve, marte e vufiune (Giove, Marte e Libero), ed è quindi di particolare importanza per una corretta comprensione dei riti descritti nelle Tavole Iguvine.
Se krapuve è sempre scritto, in caratteri umbro-etruschi, con la labiale sorda P anziché con la labiale sonora B, che pure è disponibile nell’alfabeto epicorico, ciò significa che quel termine non è frutto della normale resa in umbro delle labiali (che avrebbe dato *krabuve) e non è prestito né dal greco né dal latino (dove sono presenti κράββατος e grabadus), ma è verosimilmente prestito dall’etrusco (dove ricorre il termine crap(i)s). Solo la successiva traslitterazione in caratteri latini, che porta alla forma grabouie, sonorizzando una labiale in origine sorda, allinea il vocabolo umbro con i paralleli termini greci e latini, cancellando il ricordo del prestito dall’etrusco [per il probabile significato del termine vedi qui oltre al § 3.4].
Il confronto tra parole rese sia nella forma grafica dell’alfabeto umbro-etrusco che nella grafia latina permette di effettuare anche altre considerazioni. Un teonimo che in alfabeto umbro-etrusco viene reso con la forma hule e che in caratteri latini assume la forma hoie doveva probabilmente essere pronunciato con una L palatale, come nell’italiano foglia. Il confronto tra le due forme autorizza infatti l’ipotesi che L nel primo caso e I nel secondo siano grafemi che tentano di rendere il suono di L palatale.

2.2. Se si studiano le caratteristiche morfosintattiche della lingua documentata nelle Tavole, si può verificare facilmente che la fase evolutiva dell’umbro attestata nelle Tavole V, VI e VII è più avanzata rispetto a quella delle Tavole I, II, III e IV. In queste infatti il rotacismo delle desinenze è un fatto eccezionale; invece in V, VI e VII, indipendentemente dal sistema grafico utilizzato, il genitivo singolare, il nominativo, il dativo, l’ablativo e il locativo plurali non hanno più la desinenza in -s, ma terminano regolarmente in -r [figura 17].
Ciò significa che è avvenuta una reale evoluzione della lingua parlata che i testi delle ultime Tavole riflettono fedelmente. Per questo si propone di utilizzare il rotacismo delle desinenze come un fossile-guida e di suddividere le Tavole in due blocchi, quello delle prime quattro, nelle quali il rotacismo è un’eccezione, e quello delle ultime tre, nelle quali il rotacismo è una regola.
La suddivisione delle Tavole in questi due sottoinsiemi è confermata e avvalorata dalla presenza, nelle Tavole V, VI e VII, di fori in alto effettuati prima della loro incisione [fig. 18], per predisporre i documenti ad una esibizione pubblica, fatto – occorre ripeterlo – singolare per prescrizioni rituali, e interpretabile, secondo Prosdocimi, come il frutto di una operazione politico-propagandistica da inserire nel milieu culturale del periodo augusteo (2).

  2.3. Tuttavia non è soltanto la esibizione pubblica delle prescrizioni rituali a poter essere letta come frutto di una operazione augustea: anche la stessa redazione dei testi delle Tavole V, VI e VII, infatti, è fortemente sospetta, perché dallo scarto lessicale tra i testi delle ultime tre Tavole e quelli delle prime quattro emerge un consistente numero di termini riconducibili alla ideologia augustea e coerenti con la restaurazione liturgica della fine del I secolo.
Tra i termini presenti soltanto nelle ultime tre Tavole ricordiamo a titolo di esempio, in alfabeto umbro-etrusco, ařputratu (giudizio), çersnatur furent (avranno banchettato), ehvelklu (richiesta di parere), eikvasi (santuario), eitipes (decretarono), emantu (siano acquisiti), felsva (verdure), kuraia (provveda), kvestur (questore), muneklu (ricompensa), nuřpenu (tributo per il santuario), plenasia (assemblea plenaria), prehabia (procuri in anticipo), prusikurent (avranno giurato), pumpa (processione solenne), revestu (ispezioni nuovamente), vepuru (senza fuoco).
Tra i termini presenti soltanto nelle ultime tre Tavole sia in grafia umbro-etrusca che in grafia latina ricordiamo kastruvu e castruo (poderi), pihaklu e pihaclu (sacrificio espiatorio) spafu, spahatu, ecc. (da un verbo spahom = spandere), tribřiçu e tribrisi (triplice offerta).
Tra i termini presenti soltanto nelle ultime tre Tavole in grafia latina (circa un centinaio), ricordiamo agre (campagna coltivata), anglo (messaggio divino), anhostatir (soldati senza lancia), ansihitir (soldati non cinti), arsie (preghiera), aso (braciere), atero (nemico), carso (grotta), curnaco (cornacchia), di (dio), asa deueia (altare isolato), dupursus (bipedi), ebetraf (uscita), efurfatu (fanno a pezzi), far (farro), fisie (fidato), foner (favorevole), fratrecate (fratellanza), hostatu (soldati armati di lancia), merstu (giusto, regolare) miletina (probabilmente il nome di una dea), nerf (nobili), nonia (probabilmente il nome di una confraternita), nurpie (?), ooserclo (ponte? diga?) pacer (benevolente), padella (è il nome di una dea corrispondente al dio latino Patulcius), pase (pace), peica (gazza), pequo (bestiame), perto (passaggio), petupursus (quadrupedi), piquie (dio del picchio), praca (terrapieno), presoliaf (sobborghi? cortili?), prestota (dea equivalente ai Lares Praestites latini), rande (selciato), ruse (campagna), sepses arsie (accogliendo la preghiera), screhto (scritto), smursi (cisterna, bacino), spefa (versata), staflare (di bue), stahmei stahmetei (nello spazio delimitato), subocau suboco (prego e imploro), sesna (banchetto), sihitir (cinti), tefrali (del dio tefre), tlatie (laziale), todceir (della città), tuder (confine), tuderato (delimitato), uasirslom (altare dei Lari), uef (libbre), uerfale (luogo “effatum”, cioè consacrato mediante una formula), uhtretie (presidente dell’assemblea).
Nel loro insieme, i termini presenti soltanto nelle ultime tre Tavole sono particolarmente significativi perché esprimono concetti di ordine giuridico-sacrale di fondamentale importanza (il giudizio, la richiesta di parere, l’atto del decretare, il prendersi cura di tutto ciò che occorre per effettuare il rito, la ricompensa per l’officiante, il questore, il tributo, la processione solenne, il sacrificio senza fuoco, il santuario…); perché alludono a pratiche e a divinità assenti nelle prime Tavole (il banchetto rituale, il sacrificio con verdure, il sacrificio espiatorio, l’offerta triplice, la dea miletina, le grotte di hoie e di uestisie, la sede dei Salii, la dea prestota, la dea padella, l’offerta triplice); perché nominano soggetti e cose socialmente e ideologicamente rilevanti (la campagna, i soldati con lancia e senza, i soldati cinti e non cinti, i nobili, i bipedi e i quadrupedi, il clero, i poderi); perché elencano tutta una serie di lavori pubblici (definiti da parole come ooserclo, smursi, rande rufrer, presoliaf, tertia praco pracatarum); perché introducono preghiere non presenti nelle prime Tavole e recitano formule nuove (stahmo stahmito, uerfale, tuderato, subocau suboco...).
Le novità morfologiche e lessicali, se adeguatamente sottolineate, rendono le ultime Tavole particolarmente importanti dal punto di vista ideologico; in esse troviamo vecchi termini riesumati nella forma arcaica ma declinati secondo l’uso contemporaneo (uasirslo); vengono riscoperte le “grotte” di hoie e di uestisie (come a Roma la grotta dei Lupercali); vengono aggiunte lunghissime preghiere (che ricordano, in alcune clausole, quelle recitate da Augusto nei Ludi Saeculares); vengono citate per la prima volta sedi di divinità e di confraternite assenti nei testi delle prime Tavole – tra cui la sede dei Salii, che fa pensare ad un ripristino dei Salii, come avviene a Roma, per volontà di Augusto; in esse ricorrono, insieme e separatamente, moltissime volte i termini fisie e pase, corrispondenti in latino a Fides e Pax, binomio ideologico tipicamente augusteo.….
Non si sfugge quindi all’impressione che le ultime Tavole siano state progettate, incise ed esibite sulla base del progetto augusteo di riesumazione, di sistemazione e di rielaborazione della tradizione, proprio come avveniva a Roma e in tutto l’ambiente italico.

NOTE:
(1) Bottiglioni 1954, 86.
(2) Per i fori v. Maggiani 1984, 217 e segg; Prosdocimi 1984, 161.