ANTICHE LINGUE EUROPEE: L’UMBRO ATTESTATO NELLE TAVOLE IGUVINE

§ 4. Personaggi e strumenti.

  4.1.La clausola di IIb 2 fameřias pumpeřias XII è formata da un sostantivo femminile (fameřia) declinato in genitivo singolare e seguito da un aggettivo della prima classe (pumpeřie o pumpeřiu) concordato in genere, numero e caso con fameřia; il genitivo è retto dal numerale sostantivato XII e la formula potrebbe valere “i dodici della confraternita della processione solenne”. Le traduzioni correnti invece spezzano la clausola, separando fameřias da pumpeřias e interpretando pumpeřias XII come una data. Tuttavia questa ipotesi è dispendiosa; occorre infatti ammettere che i due genitivi non abbiano alcuna relazione tra di loro, che il genitivo pumpeřias si spieghi come un complemento di tempo; che il termine (un aggettivo) sia accordato con un sostantivo femminile sottinteso che significa “mese”, che XII indichi il dodicesimo giorno di quel mese. Oppure, in parziale alternativa, occorre ammettere che pumpeřias sia accordato con un sostantivo femminile sottinteso che significa “giorno” e che XII indichi il mese. In ogni caso, occorre ipotizzare che oltre al normale computo basato sulle idi si effettuasse anche il computo contando i giorni, e infine che l’aggettivo pumpeřie sia etimologicamente da connettere a *pumpte e significhi “quinto”…
Tuttavia una serie di indizi onomastici (la frequenza con cui in ambiente italico ricorrono prenomi, gentilizi e cognomi derivati da “pumpa”), ragionamenti combinatori, il contesto delle Tavole, l’evidenza grammaticale che sconsiglia di separare fameřias da pumpeřias, la presenza, in Va 3 e 10 della clausola pisi pumpe fust (in cui pumpe può essere interpretato come un dativo o un locativo singolare del sostantivo femminile pumpa) autorizzano la traduzione qui proposta. Oltretutto in ILLRP 117 una epigrafe testimonia che i quadrunviri L. Baebius, L. Catius, L. Taurius e Ser. Aefolanus pompam ludosque coiraverunt (1), e in una epigrafe del santuario di Rossano di Vaglio si dice che Ireno Pomponio, nella sua veste di pomfok, ordina la realizzazione e la erezione delle statue degli dei Sovrani (forse i Dioscuri o comunque una coppia divina) (2).
Ci sono quindi sufficienti indizi per sostenere che la fameřia pumpeřia era probabilmente quella confraternita che si prendeva cura dell’organizzazione e della gestione della processione solenne, e che la formula fameřia pumpeřia (= quae pompam curat) può essere una perifrasi per indicare i frater atiieřiur.

  4.2. Se confrontiamo il sintetico elenco dei nemici in Ib 16-17 (enumek etuřstamu tuta tařinate trifu tařinate turskum naharkum numen iapuzkum numen) con la formula ampliata e drammatizzata di VIb 53-54 (eso eturstahmu: pis est totar tarsinater trifor tarsinater tuscer naharcer iabuscer nomner eetu ehe esu poplu) e con le preghiere a prestota serfia di VIIa nelle quali per definire il nemico è usato il termine atero (VIIa 11, 27), verifichiamo agevolmente non solo che i Romani sono assenti dall’elenco dei nemici, ma che atero (gli altri) mette di là tutti i non Romani, e di qua i Romani e gli Eugubini.
Di solito i commentatori spiegano la presenza dei nomi dei Sabini, degli Etruschi, dei Tadinati e degli Iapigi (o degli Iapodi) con l’arcaicità del testo della maledizione, che recherebbe l’eco di antichi conflitti; ma proprio il silenzio che cala sui Romani è testimonianza del fatto che la redazione della maledizione rituale non è poi così arcaica, anche se allude ad una federazione preurbana e alla fondazione della tota eugubina. Infatti i redattori del testo della formula di maledizione rituale ribadiscono e sottolineano che i loro legami con Roma sono più forti di quelli con gli Umbri di Tadino e i Sabini della Valnerina, se atero (gli altri) pone i non Eugubini e i non Romani di là da quella ideologica rivendicazione di identità cittadina.
I redattori della formula assumono insomma totalmente il punto di vista dei Romani, che non nominano perché vi si identificano; ma non possono affermarlo apertamente, perché il loro potere di dirigenti locali si fonda ideologicamente sul recupero della identità eugubina, in nome della quale riesumano, o inventano, riti arcaici per la lustrazione del poplo, quello stesso che viene portato in giro intorno ai cippi di confine del pomerium.

  4.3. Nell’ambito del processo di acquisizione delle istituzioni romane a Gubbio si possono spiegare forse anche gli attributi in opposizione semantica hostatu / anhostatu e śihitu / anśihitu, che accompagnano i termini nerf e iouie nel testo della complessa cerimonia di lustrazione dell’esercito. L’officiante infatti, rivolgendosi agli dei, implora la loro pace e il loro favore su tutti i ceti cittadini, e nomina espressamente, nell’ambito del poplo (termine pregnante che definisce ad un tempo il popolo e l’esercito) i nerf śihitu anśihitu e i iouie hostatu anhostatu, cioè, pressappoco, i veterani armati e non armati e le reclute armate e non armate.
I termini śihitu e anśihitu a parere unanime dei traduttori valgono letteralmente “cinti” e “non cinti”, cioè, con riferimento alle armi dei veterani, “con la spada” e “senza spada”; hostatu e anhostatu significano trasparentemente “con lancia” e “senza lancia”. Sembrerebbe di essere di fronte ancora all’arcaica suddivisione dell’esercito in veterani e reclute; ma alla vecchia tassonomia per classi di età, a ben vedere, si sovrappone una nuova divisione, che, nell’ambito delle due categorie, distingue tra chi ha la spada e chi non l’ha, tra chi ha la lancia e chi non l’ha. I traduttori interpretano di solito questo passo come una allusione ai veterani “in servizio” e “non in servizio” e alle reclute “arruolate” e “non arruolate”. È possibile che questa sia la interpretazione corretta del passo, e prudentemente si può accettare la vulgata.
Tuttavia, se si pone l’accento non sui sostantivi nerf e iouie, ma sulle opposizioni semantiche tra i due aggettivi che li accompagnano, śihitu / anśihitu, da una parte, e hostatu / anhostatu dall’altra, la coppia nerf / iouie si scioglie e si ricompone sotto altra forma: quella di coloro che sono in possesso di un’arma, nerf o iouie che siano, e quella di coloro che sono senza armi. Se focalizziamo quindi l’attenzione non sui termini “veterani” e “reclute”, ma sugli aggettivi che ridistribuiscono quei termini intorno ad una diversa opposizione, possiamo distinguere i soldati “armati” (śihitu o hostatu che siano) dai soldati “non armati” (anśihitu o anhostatu). La formula censoria che suddivide i cittadini in armati e disarmati non sarà da ricondurre alle riforme Serviane, come sostengono alcuni autori, ma più realisticamente all’assunzione nell’esercito romano anche dei proletari, che, a partire dal 107 a.C., vengono arruolati da Caio Mario anche se nullatenenti, ed equipaggiati a spese dello stato. Ecco allora che la riforma mariana potrebbe costituire un altro terminus post quem per spiegare la suddivisione del poplo di Gubbio in “armati” e “non armati”.
L’ipotesi avanzata permetterebbe di comprendere perché l’officiante, nella preghiera ad alta voce, debba nominare espressamente sia i nerf śihitu anśihitu che i iouie hostatu anhostatu. La suddivisione è coerente stilisticamente, è vero, con la logica enumerativa e analitica delle ultime Tavole, ma non basta: è soprattutto coerente ideologicamente con la celebrazione liturgica dell’unità della tota. I plebei fanno parte della tota eugubina anche se sono proletari, perché è riconosciuto loro il diritto di arruolarsi nell’esercito e di essere armati a spese dello stato. Per questo nell’elenco dei ceti a cui devono giungere la pace ed il favore degli dei non possono mancare i plebei poveri: in fondo è soprattutto per loro che viene allestito lo spettacolo della processione solenne che esibisce l’identità eugubina come valore fondante la tota, e celebra la coesione sociale come requisito per ottenere la pax deorum.

  4.4. Il vicino tursku (quello “presso il confine”), il vicino naharku (quello “presso il fiume Nera”), il vicino tařinate (di Tadino) e il lontano iapuzku (quello “presso il fiume Iapix”) sono il risultato di una selezione che, inserendo alcuni nemici nella formula esemplare, attribuisce loro un valore paradigmatico. La scelta del nemico da mettere al bando non può non tener conto del presente, ed il presente è Gubbio ormai completamente romanizzata. La presenza dei Tadinati potrebbe spiegarsi con la ribellione di Tadino a Roma, cui erano seguite la distruzione della vecchia città preromana e la deduzione forzata degli abitanti in un sito più a valle (fine del III secolo); la presenza dei Naharchi potrebbe spiegarsi con la ribellione di Narni a Roma in occasione della seconda guerra punica; lo stesso dicasi per gli etruschi; e anche il nemico lontano, lo iapuzku, potrebbe spiegarsi forse con quegli Iapigi in gran parte ribellatisi a Roma, sempre in occasione della discesa di Annibale in Italia. Avvenimenti storici del passato da spiegare in chiave romana, enfatizzati e utilizzati come esempi: ci troviamo probabilmente di fronte ad una operazione storiografica dello stesso segno di quella che a Roma porta ad esibire il rostro di Caio Duilio, incisione su bronzo di un testo attribuito al terzo secolo a.C., frutto di rielaborazione o falsificazione di epoca imperiale [vedi nota (5) al § 1.1 ].

  4.5. Nella complessa cerimonia descritta in Ia e Ib ed amplificata in VIb e VIIa compaiono due funzionari, i prinuvatus o prinuatir, che la vulgata fa risalire a *prae-nowator. Tuttavia in umbro prae- dà sempre pre- e mai pri-. Il termine prinuvatus potrebbe essere pensato come prinu/vatus: in esso la seconda parte potrebbe essere ricondotta alla radice verbale *tlat>lat (che in umbro diviene regolarmente vat) e la prima parte potrebbe collegarsi ad un *prinu, parallelo al greco πρίνος (leccio) e al latino prininus (di leccio), oltre che all’aggettivo etrusco prinisherac (relativo ai pali di leccio).
Per comprendere il possibile significato del termine prinuvatus occorre far riferimento alla Tavola di Cortona, nella quale si dice che un funzionario, lo zacinat prinisherac, deve verificare l’esatta delimitazione dei terreni oggetto della compravendita (3).
. L’ipotesi che in quel documento l’aggettivo prinisherac sia da collegare a πρίνος e a prininus è autorizzata dai passi dei Gromatici Veteres in cui si dice che gli agrimensori piantavano profondamente palos iliceos (Blume 1848, I 349), palos de ilice (I 307), segnando i confini palis ligneis, iliceis, sacrificalibus (I 252) (4).
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È possibile quindi che anche in umbro il termine designi dei funzionari addetti ai confini, degli agrimensori che fanno parte di un collegium incaricato anche di compiti rituali; del resto, pare che gli antichi agrimensori fossero assistenti degli auguri (Guillaumin 1996, 25 n. 9).

  4.6. Il termine perka (e perca) che si ritrova in più passi di Ib, VIa, VIb, VIIa, può gettar luce anche sulla possibile origine del latino pertica. Infatti, da un *pers/teka (= piedi dieci) si spiegano le forme persteka > pertka > perka, e le parole perca, in umbro, e pertica, in latino. In umbro il numerale è normalmente posposto: prinuvatur dur, vitluf desenduf, abrof trif, C IIII, ecc.; quindi il termine persteka corrisponde esattamente, ad elementi invertiti, al latino decempeda. Il vocabolo individuava in origine una unità di misura di dieci piedi prima di despecializzarsi e di assumere il significato generico di asta, bastone. Sono indizio della parziale sovrapposizione tra il significato tecnico originario di pertica e il suo doppione decempeda numerosi passi dei Gromatici Veteres: pertica est X pedum (Blume 1848, I 367); pertica habet pedes XII (I 339); pertica (habet) passus duos, id est pedes X (I 371); decempeda, quae eadem pertica appellatur, habet pedes X (I 95); (I 339); e, a più riprese, pertica decempeda, per disambiguare il termine “pertica”. All’origine della confusione sta probabilmente l’incontro tra un sistema di misurazione italico su base decimale e il sistema duodecimale poi adottato dai Romani. Ma in ogni caso pertica latino può essere spiegato in modo trasparente come prestito dall’umbro.

NOTE:
(1) ILLRP 117; v. in Degrassi.
(2) v. in Morandi 1982, 139.
(3) per la traduzione v. Facchetti 2000, 198-213.
(4) l’ipotesi di una relazione tra prinisherac, prininus e πρίνος è stata accolta con favore da Facchetti 2002, 52.